Paul Celan e la poesia dopo Auschwitz

In questo post l’editoriale di Luigi Giurdanella  Da: “I POETI DELL’ARIETE NEWS” n° 128 febbraio 2017  -  e la poesia di Paul Celan Fuga dalla morte
SHOAH: IL DOVERE DELLA MEMORIA
di Luigi Giurdanella
Il 27 gennaio si è celebrato, come ogni anno, la giornata della memoria: ricorrenza dell’apertura dei cancelli di Auschwitz 27 gennaio 1945. Noi poeti non possiamo esimerci dal ricordarla, anzi dobbiamo avere un’attenzione particolare, alla luce di quello che disse il filosofo Adorno subito dopo la scoperta dell’immane tragedia, e alla diatriba che ne seguì con il poeta Paul Celan e alle precisazioni di Primo Levi. Scrisse Theodor W. Adorno: “Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro e ciò avvelena anche la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie”.
Il poeta Paul Celan, che perse entrambi i genitori nei campi di concentramento, lui sfuggito alla morte, tempo dopo si suicidò quale tarda conseguenza nel contesto della Shoa, in un suo appunto si legge: “Nessuna poesia dopo Auschwitz: qual è la concezione della poesia posta sotto accusa? La presunzione di chi ha il coraggio, ipoteticamente speculativamente, di considerare o raccontare Auschwitz dalla prospettiva dell’usignolo oppure del tordo”. Celan non può accettare l’accusa di barbarie per aver parlato dell’orrore di Auschwitz, egli conosce bene il valore del monito, l’importanza dell’accusa; la poetica di Celan si dipana da quel doloroso ricordo, da quell’esigenza di mantenere vivo lo strappo dai genitori, dalla madre, strappo che solo i versi possono perpetrare, mantenendo in vita il respiro con la dignità della memoria dell’orrore. Tra il poeta e il filosofo da quel momento si avviò un intenso “botta e risposta” che seppure non portò ad un vero e proprio incontro tra i due uomini, senza dubbio segnò una svolta nel pensiero del filosofo riguardo la concezione della poesia dopo Auschwitz, tanto che negli ultimi anni della sua vita, nella Dialettica negativa, Adorno ebbe a raddrizzare il tiro scrivendo: “Il dolore incessante ha tanto diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare. Perciò forse è falso aver detto che dopo Auschwitz non si può più scrivere una poesia […] Il dire che dopo Auschwitz non si possono più scrivere poesie non ha validità assoluta …” Celan concepisce la poesia non solo come raffigurazione esemplare della immane tragedia, ma anche come ritrovata conciliazione con la vita. Come poeta segnato dalla Shoa sente la responsabilità, e lo scrivere poesia comporta “il suo centro e la sua profondità”, infatti scrive in una lettera: “Le poesie riflettono con coerenza e rigore la storicità della tragedia per una memoria fedele alla verità”. Primo Levi che visse l’immane tragedia in prima persona, anche lui come Celan, morì suicida molti anni dopo, forse perché il “morbo di Auschwitz” (come lo definì in un’intervista) non era stato in lui del tutto debellato, replica ad Adorno: "La mia esperienza è stata opposta, in quegli anni avrei riformulato le parole: dopo Auschwitz non si può più fare poesia se non su Auschwitz". Lo scenario dello sterminio, il ricordo dei morti invitano alla testimonianza della prigionia patita soprattutto per la nostra dignità d’uomini! Non possiamo permettere che la Shoa diventi l’ultimo atto della storia remotissima di violenza, non può essere resa muta e annullarla. Pertanto più che encomiabile diventa doveroso fare poesia per perpetrare la memoria della Shoah. Però è importante ricordare non solo la memoria del “male”, ma anche le testimonianze di gesta di “bene”, atti a salvare una vita, non solo in quel periodo buio, ma anche successivamente, aiutando i sopravvissuti a trovare se stessi. A tale proposito voglio riportare delle testimonianze di ebrei sopravvissuti riconoscenti con chi li ha aiutati a rivivere. Un gran numero di ebrei scampati alla soluzione finale da Auschwitz e Mauthausen, trovarono tra la fine del 45 e il marzo del 47, ospitalità nel Nord Italia, precisamente a Tradate (VA). Si trattò di circa 2500 persone che successivamente, emigrarono in Palestina o trovarono sistemazione in altre parti dell’Italia, ma quello fu il loro primo passo per il ritorno alla normalità. Scrive una degli ospiti: “Le rose viste nel giardino di Tradate furono per me il primo simbolo del ritorno alla vita dopo l’esperienza di Auschwitz”.E Sara Kazman continua: “Il mio ricordo di Tradate è quello di una calorosa accoglienza… gli italiani erano molto gentili con noi (…), ci rendemmo conto della fraternità e della grandezza dell’amore”. Molto significativo è quanto scrive Zvi Aialon, da Israele: “ Oggi se mi guardo indietro, ricordo la villa di Abbiate(Abbiate Guazzane, vicino a Tradate), come un’oasi luminosa di insuperata fraternità (…), una solidarietà che non si vedeva molto spesso allora, né lo si incontra molto spesso oggi”. Concludendo credo che sia necessario non dimenticare quel dramma, ma anche ricordare questi significativi episodi di solidarietà, che per i sopravvissuti significarono il ritorno alla vita.

FUGA DALLA MORTE

(di Paul Celan)

Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo la notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive ed esce dinanzi a casa e brillano le stelle e fischia ai suoi mastini
fischia ai suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra
ci comanda ora suonate alla danza.

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino e a mezzogiorno ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti
Lui grida vangate più a fondo il terreno voi e voi cantate e suonate
impugna il ferro alla cintura e lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
spingete più a fondo le vanghe voi e voi continuate a suonare alla danza

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith lui gioca con i serpenti
Lui grida suonate più dolce la morte la morte è un maestro tedesco
lui grida suonate più cupo i violini e salirete come fumo nell’aria
e avrete una tomba nelle nubi là non si giace stretti

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e la mattina beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
ti colpisce con palla di piombo ti colpisce preciso
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
aizza i suoi mastini contro di noi ci regala una tomba nell’aria
gioca con i serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco
I tuoi capelli d’oro Margarete
I tuoi capelli di cenere Sulamith.

Il testo della poesia di Celan è stato tratto da:
 immagine – di Auschwitz  foto da internet

La pagina di Arpa eolica dedicata a Luigi Giurdanella

post inserito il  25/02/2017
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2 commenti:

  1. Caro Francesco, grazie per aver ospitato il mio editoriale e molte grazie per l'integrazione con l'immagine molto pertinente, e soprattutto con la stupenda poesia di Paul Celan. Cari Saluti. Luigi

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