Ennio Flaiano: Tempo di uccidere


Recensione di Giuseppe Mucciante

Siamo nel 1947, l'Europa uscita dalla guerra comincia una lenta e difficile ricostruzione. L'Italia riscopre la democrazia dopo venti anni di regime totalitario. La prima assemblea eletta democraticamente sta scrivendo i principi della nuova Costituzione con faticosi compromessi tra l'area democristiana, uscita vincitrice dalle prime elezioni libere e quella di sinistra che vorrebbe dare più voce agli ideali di progresso sociale espressi dalla Resistenza.
Gli intellettuali progressisti sono animati dalla volontà di raccontare e di analizzare. Sotto l'impulso della scoperta degli scritti di Antonio Gramsci, il Neorealismo cerca, con non poche contraddizioni, uno sbocco progressista alla produzione culturale nel cinema e nella letteratura.
Anche Italo Calvino, altrove non molto sensibile alla

tematica realista, dà alle stampe in quest'anno il suo romanzo della resistenza: Il sentiero dei nidi di ragno. Contemporaneamente Primo Levi, reduce dai campi di sterminio nazisti, racconta la sua drammatica esperienza personale in Se questo è un uomo.
È in questo contesto che, solo qualche mese prima di Calvino e Primo Levi, su un registro completamente differente, Ennio Flaiano pubblica il suo unico romanzo: Tempo di uccidere.
Meglio conosciuto per il suo lavoro di sceneggiatore (quasi tutti i film di Fellini, da La dolce vita Giulietta degli spiriti ma anche La notte di Antonioni, I soliti ignoti di Monicelli e tanti altri), per il suo lavoro di giornalista e per i suoi efficaci aforismi, Flaiano tralascia per una volta l'ironia e il sarcasmo per una scrittura melanconica e amara.
Affronta un tema che per molti italiani apparteneva ormai ad un passato che avrebbero preferito dimenticare: la guerra d'Abissinia. Tra il 1935 e il 1936, c'era stata l'aggressione all'impero del Negus e sette mesi di combattimenti durante i quali l'esercito italiano non esita ad utilizzare (un terribile primato) le armi chimiche contro le popolazioni civili. Sette mesi dopo i quali il duce può proclamare la rinascita dell'impero sui colli fatali di Roma, con nelle vesti ben troppo larghe di nuovo cesare Vittorio Emanuele II.


Ed è proprio nel febbraio del 1947 che il trattato di Parigi mette fine, anche formalmente, allo stato di guerra con l'Etiopia.
Flaiano è nato nel 1910, la sua giovinezza è segnata dal fascismo. È un'epoca che lo ha marcato e della quale conserverà per il futuro scetticismo e disillusione. Non si occuperà mai direttamente di politica ma tra le due Chiese, la cattolica e la marxista, sceglie la terza via, quella di una visione laica della società e dell'impegno in essa. Quest'ultimo si esprime prevalentemente nel suo lavoro di giornalista, manifestando un rigetto della volgarizzazione della società stessa. Ma anche i film di cui scrive la sceneggiatura, per esempio La dolce vita, hanno sovente quest'impronta disincantata e senza illusioni.
Tempo di uccidere è lontano dalle tematiche realiste. Se vogliamo invece trovare spunti condivisi da altri scrittori dobbiamo probabilmente cercare tra gli esistenzialisti. In questo senso, essenziale è l'elemento della noia, del disadattamento sociale; non siamo lontani da Lo straniero di Camus. Il protagonista del romanzo è un tenente dell'esercito italiano che, soffrendo per un acuto mal di denti, parte con un camion alla ricerca di un dottore. Una serie di vicissitudini, a volte drammatiche, lo guidano in peripezie dalle quali sembra non trovare via di scampo. Gli avvenimenti, mai osservati in modo oggettivo ma sempre attraverso gli occhi del narratore protagonista, si susseguono senza che egli possa, o voglia, reagire. In un paesaggio di cartapesta, il protagonista, quasi un archetipo dell'antieroe, si perde in un mondo nel quale animali, alberi e rocce appaiono come ombre o silhouettes, quasi una scenografia teatrale dalla quale è impossibile districarsi. Due gruppi di personaggi si contrappongono: i militari, tra i quali è il protagonista e che sono tutti definiti dalla loro funzione: il tenente, il maggiore, il contrabbandiere, il dottore... di fronte sono gli etiopi che invece sono chiamati con il loro nome: Mariam, Johannes, Elias..., nomi dall'eco biblico. Centrale è il tema del tempo cronologico, presente lungo tutto il racconto. Al tempo lineare dei colonizzatori si contrappone l'atemporalità degli indigeni; il tenente perde il contatto con la realtà quando regala il suo orologio che si è fermato e prima di donarlo alla giovane etiope, lo fa ripartire ma a caso. Uscendo dal tempo reale, egli entra nel mondo degli africani. In un continuo susseguirsi di sentimenti contraddittori: rimorso, autogiustificazione, collera, paura della punizione, desiderio di espiazione e poi ancora rimorso, il protagonista è incatenato ad un circolo vizioso dal quale non riesce a sottrarsi. La guerra non è presente se non con le sue conseguenze: i cadaveri di uomini e muli, le capanne abbandonate o bruciate, gli impiccati e soprattutto con i suoi effetti sull'animo umano. È così esclusa ogni, seppur ipotetica, velleità eroica.
Lo scontro tra l'esercito dei colonizzatori e gli etiopi diventa contrapposizione tra l'Africa arcaica, nella quale gli elementi agiscono secondo le energie naturali e il mondo decadente e corruttore dei militari con i quali il contatto si fa attraverso un biglietto di sottomissione che deve essere presentato ad ogni incontro o attraverso il degrado della prostituzione. Tra gli italiani non ci sono personaggi positivi: bramosia di potere, di ricchezza, di possesso guidano le loro azioni. Il tenente segue un destino al quale non è capace di opporsi. L'accidia guida le sue azioni in un vano va e vieni di decisioni prese e poi procrastinate. Ogni scelta risulta sbagliata e lo invischia sempre più in uno stato di malessere fisico e morale. Il legame con il mondo si assottiglia sempre più. Le lettere della moglie, -anch'essa non ha nome ma è definita da unpronome: Lei- conservate in una tasca e rilette ogni tanto, perdono poco a poco la loro consistenza; l'inchiostro scolorisce, la carta della posta aerea diventa carta per sigarette. Con esse si spezza l'ultimo filo che lo legava alla sua vita precedente.
Nell'epilogo della storia anche la confessione delle proprie colpe è vana. Nessuno gli chiederà conto delle sue azioni, segno della prevaricazione su un popolo ma anche dell'inconsistenza di ogni agire umano. Mariam, vittima ignorata, è il simbolo dell'Africa intera: aggredita, sfruttata e dimenticata.

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