Dell'utilità della memoria

di Antonio Caputo
A pochi giorni dal giorno della memoria torno sulla "memoria terapeutica". Torno sulla "utilità" della memoria nel senso espiatorio del termine utilità. La memoria non può e non deve servire a espiare. L'espiazione lava il passato ma non c'è espiazione che possa cancellare l'orrore del passato, dobbiamo reggerne il peso e la vergogna. La memoria che evochiamo nel "giorno della memoria" deve dire che il passato può tornare presente e che l'orrore nasce dalle "banali" azioni quotidiane. La resistenza che Hannah Arendt incontrò quando rivelò al mondo "la banalità del male" mostra quanto la sua lezione fosse difficile da accettare e quanto ancora oggi la si comprenda poco. La lezione di Arendt non poteva non incontrare resistenze perché metteva in guardia che in ogni banale burocrate poteva nascondersi un mostro. Heichmann potrebbe essere una persona qualunque, anche tu! Arendt dimostrò che non c'è bisogno di essere un mostro assetato di sangue per operare il male assoluto, è sufficiente rinunciare a sé stessi in nome di qualcosa che si ritiene al di sopra di sé.

C'è qualcosa di terapeutico nel "confinare" il male, nel circoscriverlo al mostro, all'immondo (fuori dal mondo), invece il male è nel mondo. Il male non è il mostro facilmente riconoscibile, il male è la quotidiana prevaricazione, la banale soverchieria, la comune indifferenza che dilaga ogni volta che rinunciamo al pensiero e alle emozioni per diventare parte di un sistema che chiede la nostra adesione. Il male è nelle pieghe quotidiane dei sistemi statali, politici, religiosi, nella burocrazia dell'obbedienza e del compiacimento. Il male è nella risata compiaciuta con il capo nei confronti di un collega, nella retorica della "normalità" con gli omosessuali, nell'assenza di empatia con gli immigrati, nell'evasione fiscale perché le tasse sono troppo alte, nelle disuguaglianze economiche e sociali perché i meritevoli si guadagnano la ricchezza, nelle piccole corruzioni quotidiane, riflesso di quelle più grandi per cui è facile indignarsi. Il male è considerare gli altri responsabili delle nostre azioni, è nel senso del dovere che fonda la coscienza morale e non viceversa, è nelle leggi che nascono da questo rovesciamento. Questo è il male del mondo, un male banale, spesso inevitabile, un male con cui fare i conti continuamente. Se il male è espulso dal mondo, se diventa il male immondo, allora il male banale può crescere indisturbato.
Il giorno della memoria assume la funzione di "confinamento" del male e in questi termini il male viene depotenziato, poiché espulso e espiato, ma il male è inespiabile e l'unica cosa che è possibile fare è riconoscere il male che si annida nel quotidiano. Il giorno della memoria, come ogni celebrazione ricorrente, assume valenza di ritualità in cui si possono riconoscere le analogie con il "confinamento" del sacro di cui parla Galimberti nel suoOrme del sacro. Tutto il male confinato ci libera dal male e ci lava da ogni peccato, pronti e puliti per commettere il prossimo. Il male è l'indefinito che abitiamo e che ci abita. Abbiamo bisogno di definire il male attraverso un processo razionale che lo confini in un luogo/tempo remoto ma questo confinamento è pieno di pericoli.
La Shoah è il simbolo più potente del male nella nostra epoca ma il simbolo può diventare simulacro che rappresenta tutto il male, il vaso di Pandora che lo contiene e ogni vaso di Pandora, prima o poi, viene aperto.

Dal Blog di Antonio Caputo http://cosechedimentico.blogspot.it/



immagine – foto di Hannah Arendt 

1 commento:

  1. Caro Francesco, desidero ringraziarti anche qui per la tua sensibilità a una tematica che in realtà non sembra così sentita. Non è raro che questo pensiero venga rovesciato in una sorta di vilipendio alle vittime della Shoah, niente può essere più lontano da me. Questo rovesciamento ha dovuto subire Hannah Arendt e purtroppo non solo da parte di menti poco esercitate al pensiero.
    Ti saluto.

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