“Giorni di neve, giorni di sole”

«I desaparecidos sono lì presenti per reclamare che la coscienza, i valori e la dignità del popolo non desiderano l’impunità né l’oblio. Patricia e Ambrosio e tutti coloro che hanno dato la vita per la libertà rimangono nella memoria e nella resistenza.»   Adolfo Perez Esquivel

“Giorni di neve, giorni di sole” – di Fabrizio e Nicola Valsecchi - Casa editrice MARNA - prefazione di Adolfo Perez Esquivel, Premio Nobel per la Pace 1980 “per la sua attività a favore dei poveri e dei non violenti” -  postfazione di Gianni Tognoni, Segretario Generale del Tribunale Permanente dei Popoli.

Nota degli autori:  Fabrizio e Nicola Valsecchi

Il nostro terzo romanzo narra una vicenda realmente accaduta: la storia di Alfonso Dell’Orto, che in pieno regime fascista, nel 1935, con la madre e la sorella, parte per l’Argentina dove suo padre Augusto era emigrato per motivi politici e lavorativi. Sullo sfondo l’Italia del duce, in cui la libertà era negata e c’era una tessera per tutto, anche per pensare. Quel paese lontano appare loro come la terra del sole e della speranza, così come per moltissimi nostri connazionali. In Argentina, tra sforzi, rinunce e sacrifici, Alfonso riesce a costruirsi un futuro e una posizione, sposa una connazionale e forma una famiglia con quattro figli. Purtroppo altre dittature si frappongono sul suo cammino. E’ il 1976 quando il regime militare dei generali e di Jorge Rafael Videla apre il periodo dell’obediencia debida e del terrorismo di stato, che ha provocato 30.000 desaparecidos, vittime su cui è sceso il silenzio complice di molti stati e anche della chiesa. La figlia maggiore di Alfonso, Patricia (21 anni), è tra i primi desaparecidos insieme al marito Ambrosio (23) con cui svolgeva un lavoro sociale tra i poveri del barrio. Lasciano sola al mondo una bimba di 25 giorni, Mariana, a cui Alfonso in età ormai matura fa da padre. Non erano militanti attivi.
Dell’Orto vive la sua tragedia senza mai perdere la speranza di ritrovare la figlia. Quando vengono riaperti i processi nel 1999, ecco la triste verità della morte di Patricia, grazie alla deposizione del testimone oculare Julio Lopez, desaparecido per la seconda volta il 18 settembre 2006 dopo aver fatto i nomi dei colpevoli. 
Alfonso trova il modo per fare rivivere la memoria della figlia, riabbracciando dopo 70 anni il proprio paese natale, lasciando un quadro di Patricia ( la sola a non aver conosciuto Piazza Santo Stefano, frazione di Cernobbio), nella Cooperativa Sociale del paese costruita anche da suo nonno Giovanni, per legare idealmente i principi di libertà, verità, giustizia e democrazia in cui i suoi cari credevano.

la recensione di Marco Albeltaro



La protagonista del libro di Fabrizio e Nicola Valsecchi è, allo stesso tempo, la sua grande assente. Patricia Dell’Orto è, infatti, una dei trentamila desaparecidos argentini. Strappata dalla sua casa, dalla sua bambina di venticinque giorni, dai suoi genitori e legata nel destino al marito («I militari hanno rubato loro una vita felice insieme», dice il padre). Patricia e Ambrosio – questo il nome del suo compagno – avevano l’unica colpa di insegnare ai bambini poveri, per provare a dare loro un futuro, per provare ad aprirgli una porta sul mondo. Lo facevano al tempo della dittatura e ciò bastò a firmare la loro condanna a morte.
Partito dall’Argentina per ritornare un’ultima volta nel suo paese natale, il padre di Patricia si abbandona al flusso dei ricordi. Quei ricordi tanto frammentari e astratti che affiorano nella mente di Alfonso Dell’Orto come un fiume in piena che fatica a stare dentro agli argini spazio-temporali della narrazione.
Alfonso se ne sta seduto in aereo tenendosi stretta una valigia colma delle tracce fisiche di quei ricordi: fotografie, lettere, disegni, oggetti: quella valigia è il tabernacolo nel quale si sono stratificate negli anni le reliquie della tragedia che ha colpito i Dell’Orto. E proprio l’assenza della tomba sulla quale piangere la figlia uccisa viene colmata dalla raccolta di quegli oggetti che testimoniano il suo passaggio nel mondo.
Il viaggio di Alfonso ha uno scopo preciso che verrà esplicitato soltanto nelle ultime pagine del libro: portare la memoria della figlia nel luogo nel quale risiedono le memorie della famiglia. IN Italia, dunque, a Piazza Santo Stefano. Un ritorno alle origini, alla semplicità  della vita di provincia per riallacciare con un ultimo atto quei fili della memoria che la migrazione, il passare degli anni, l’avvicendarsi di passioni, amori, tragedie e morti avevano spezzato.
Patricia avrà il suo monumento funebre nella patria d’origine: una fotografia appesa nella sala principale della cooperativa del paese. E una commemorazione. Anzi, un racconto pubblico della sua esistenza, ciò a cui il padre tiene particolarmente per lasciare una traccia della vita di sua figlia e dell’ingiustizia che l’ha spezzata: «è ingiusto, assurdo morire a ventun anni con un marito di ventitré e lasciare al mondo una bambina di venticinque giorni».
È come se Alfonso volesse sistemare le ultime cose per morire in pace, incasellare le ultime tessere della sua memoria per ricomporre, finalmente, il puzzle.
È così che il vuoto dell’assenza si riempie grazie alla socializzazione della memoria di un lutto e di una vita.
Il libro di Fabrizio e Nicola Valsecchi non è un romanzo, non è un saggio e non è nemmeno una raccolta di memorie perché  a scrivere non è il protagonista. In fondo, non importa sapere di quale genere letterario si tratti. Perché in questo caso, come in altri, la scrittura fuori dagli schemi della ripartizione dei generi letterari, riesce a rendere molto meglio di eruditi saggi e di ponderosi volumi il significato della vicenda di cui tratta. E lo rende attraverso quella lente esistenziale che può far divenire strumento conoscitivo il flusso continuo di una memoria intima e personale.
Non è una storia quella che i gemelli Valsecchi hanno scritto. Si tratta, piuttosto, di una fonte per la storia di quella vicenda dolorosa e drammatica che vide protagonisti involontari tanti oppositori del regime dittatoriale argentino, ma anche tante persone che con la loro trasparenza, la loro determinazione, la loro opera quotidiana uscivano dallo schema totalizzante e freddamente calcolatore della dittatura.
La storia dei desaparecidos è anche la storia delle loro famiglie. E, paradossalmente, il racconto pubblico della storia di questi oppositori inizia nel momento della loro assenza. Si racconta di loro quando sono già stati rapiti, torturati e uccisi. La loro vicenda prende forma quando è stata archiviata da un atto definitivo come la morte. Gli oppositori della dittatura argentina acquistano – ed è un’amara costatazione – più forza da morti che da vivi. La stessa scelta di non farne ritrovare i corpi, di occultarli nell’oceano («La mente va a Pocha, una delle tante madri che non hanno più osato toccare l’oceano, sapendo che le sue onde si sono prese ciò che restava dei loro figli») o in fondo a profonde fosse, altro non è che il tentativo di farli scomparire dalla memoria pubblica del Paese e di occultarli agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.
In realtà la giunta militare fece male i suoi conti. E proprio la ricerca di quei destini perduti e scomparsi alimentò quel movimento che col tempo sarebbe andato ad assumere sempre più un carattere di massa, fino a minare le basi stesse della dittatura. Non bastò  la repressione a fermare la richiesta di verità, non bastarono le torture, non bastò nemmeno l’ostentazione di una maschera democratica con la quale la dittatura celò il suo orribile volto durante la propria esibizione sul palcoscenico dei mondiali di calcio.
I desaparecidos lasciarono un’eredità troppo gravosa ai loro famigliari da essere messa da parte per un’instante di euforia, per la vittoria della coppa del mondo di calcio. Un’eredità involontaria, ma non per questo meno impegnativa per chi la riceveva: cercare la verità, cercare una persona che poi diventava soltanto più un nome fra tanti.
L’assenza di tante donne e di tanti uomini è diventata la presenza delle loro famiglie, di madri e di sorelle, soprattutto, ma anche di padri, fratelli, mariti, mogli e figli che hanno circondato le mura del silenzio della dittatura e le hanno, infine, abbattute, in un lungo e tortuoso processo che nasce però a Plaza de Mayo.
Written by Marco Albeltaro (Università di Torino) Pubblicato il 30/01/2012 da oubliettemagazine


appunto di lettura di Francesco Zaffuto

Nel 1976 iniziava in Argentina  l’olocausto politico di una intera generazione che lottava per la libertà e la giustizia, quell’olocausto si voleva tenere nascosto e solo l’amoroso ricordo delle madri lo ha rivelato;   ma il continuo affollarsi dei drammi della storia può tornare a nasconderlo.   Leggere “Giorni di neve, giorni di sole” è una grande occasione per ricordare e per le giovani generazioni per conoscere.
 Fabrizio e Nicola Valsecchi ci portano dentro un pellegrinaggio della memoria, narrano durante un viaggio aereo con il percorso dei pensieri: attaccati a ritagli di immagini, coincisi, rapidi, densi di ulteriori sviluppi, capaci di lacerare e di curare ferite dell’uomo e della storia degli uomini. Il pellegrinaggio del padre Alfonso  fa rivivere la memoria della figlia Patricia, la memoria purissima di una vita breve ma che necessariamente deve diventare eterna. Una eternità consegnata a noi e alle nuove generazioni e da custodire con cura. 

Il libro è reperibile nelle librerie
o sulla rete IBS al link


inserito su Arpa eolica il 30/06/13



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Fini de rire



Censura e Autocensura e smettiamo di ridere

(29/06/13)

Dal blog di Beppe Leonardis

I fumettisti hanno smesso di ridere?
Perché i tabù che pesano sui vignettisti del mondo sono un buon barometro della libertà di espressione, il regista belga Olivier Malvoisin dedica un documentario e un web-documentario, "Fini de rire (Niente più risate)" l'intervista trasmessa il 7 maggio su Arte,
 L'Intervista nel video sopra allegato
L'idea di questo progetto è nata con le vignette di Maometto nel 2005-2006, afferma il regista Olivier Malvoisin. 
«Mi ha stuzzicato come privato cittadino (...) in quanto, per le persone della mia generazione, è stato un po 'strano sentire parole come "censura" o "blasfemia", era già troppo abituato ad altro. E poi c'è stato l'incontro con "Cartooning for Peace" (iniziativa dei disegnatori di tutto il mondo a sostegno della libertà di espressione] che si è formato sulla scia degli eventi (...)
Da quel momento, mi sono detto che, con i disegni, c'era la possibilità di svincolarsi dagli eventi, dalla immediatezza della notizia, per poter raccontare qualcosa del nostro tempo." 
Nel quadro di questo progetto, ancora in corso, Olivier Malvoisin ha già intervistato quaranta disegnatori di tutto il mondo per il loro lavoro, i limiti che si incontrano, i tabù che pesano su di essi. Egli individua alcune caratteristiche regionali (la sacralità del potere in Africa, il controllo della libertà di espressione sui social network in Medio Oriente, ecc.), ma anche le tendenze globali: 
"Sesso e religione sono universalmente tabù",
ma oltre a questo, ha anche osservato che tende a diffondersi 
"una forma di censura economica"
la maggior parte dei progettisti censurati 
"lo sono relativamente al gruppo di appartenenza, alla costituzione dei giornali in cui lavorano." 
Guarda qua anche il WEBDOC
___________

Si potrebbe pensare che noi, quì, ci troviamo in un'isola felice. 
Niente di più sbagliato. 
E' verosimile attendersi, invece, che anche dalle parti nostre, presto si spegneranno gli ultimi guizzi di genio che ci permettono ancora di sorridere del potere, l'unico modo per vederlo qual è.

La vignetta è di Giuseppe Falco, mio grande amico e fumettiere (vuole che si dica così), di gran classe.

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Grecia, lacrime e commozione all'ultimo concerto



QUANDO ECONOMIA E POLITICA RIDUCONO IN CENERE LA CULTURA
ANCHE LA MUSICA SCOMPARE
L'ultimo concerto dell'orchestra sinfonica nazionale greca che chiude per mancanza di soldi dopo 75 anni. L'esibizione, seguita in piazza da decine di migliaia di persone, si e' tenuta (il 16 giugno) nella sede della Tv di Stato Ert, chiusa anch'essa a causa della crisi per decisione di Antonio Samaras. 
post inserito il 17/06/13


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Quando la poesia si fa musica

 La leggenda narra che Omero nel cantare per strada i suoi versi si accompagnasse con la lira,  la poesia antica era in qualche modo vicina alla musica; sono rari i grandi poeti moderni che hanno avuto il dono di accompagnare i propri versi con la musica, nella rarità brilla Fabrizio De Andrè. 
 Arpa eolica, voleva rendere omaggio a questo poeta, ed ha chiesto a Matteo Tassinari, che l'ha conosciuto ed amato,  il permesso di duplicare un suo articolo apparso in febbraio (2013) sul suo blog. 


Il Barone Munchausen gallurese

di Matteo Tassinari
Quando decisi di aprire  il blog  Notti Notturne  per vostra sfiga e per mia incoscienza, lo feci per un leit motiv. Volevo parlare di Fabrizio De Andrè con stile possibilmente diverso, fuori dai soliti strati e sub-strati. Il Munchausen della Gallura, ha sempre avuto un posto preponderante in queste pagine e nella mia vita e sono certo che se non avessi conosciuto Faber, anche di persona dopo corpose bevute e grande soggezione da parte mia, non avrei vissuto come ho vissuto. 














Come una troia prudente

La musica lo sedusse, un po’ alla volta, come una troia prudente e senza fretta, come piace "fare" ai clienti delle "buttane" (da bottana) come diceva scherzando Faber. Cominciò con qualche mormorio fioco, poi divenne balbuzia e piano piano acquistò la franchezza di un linguaggio che, per quanto elementare, era comunque il suo. Un unicum fantastico. Un orgasmo quasi corporeo, senza sporcare. La musica per Fabrizio, fu anche una necessità, non poteva farne a meno. Lei e lui arrivavano allo stesso livello, nessuno era più importante dell'altro\a. In famiglia tutti si esprimevano in modo non truccato, in assoluta coerenza con le scelte di ciascuno. L’avvocatura, il management, la politica, l’insegnamento. Lui non era capace di esprimersi a quei livelli, con quel misto di vocazione genuina e, si dice oggi, di professionalità. Così scelse la chitarra e la prestidigitazione magica in versi. Quello che non è riuscito ad altri, ci ha pensato lui. Ad esempio, scoprì che se prendeva una chitarra la suonava meglio di tutti i suoi amici e stupiva gli altri più con quella chitarra che con un tema in classe o una dotta disquisizione. Poi ero troppo affascinante, qualsiasi donna negli anni '70 avrebbe pagato per avere una scappatella con Faber. Così divenne artista, una volta per tutte, esonerato da sciocchi cerimoniali goliardici universitari. Perché ad un musicista, quindi ad un appunto un artista che ci sa fare con le donne, nessuno gli rimprovera di essere un tipo ruvido, chiuso in se stesso, o di mangiare con le mani o scoparsi troppe fighe. Agli avvocati e agli insegnanti invece si, a loro può capitare.

Fabrizio De André e Dori Ghezzi
 Una storia che morde 

Il suo canzoniere universale attinge alle fonti piu' disparate: dalle ballate medievali alla tradizione provenzale, dall'"Antologia di Spoon River" ai canti dei pastori sardi, da Cecco Angiolieri ai Vangeli apocrifi, dai "Fiori del male" di Baudelaire al Fellini dei "Vitelloni". Temi che negli anni si sono accompagnati a un'evoluzione musicale intelligente, mai incline alle facili mode e ai compromessi. De Andrè usava il linguaggio di un poeta non allineato, ricorrendo alla forza dissacrante dell'ironia per frantumare ogni convenzione. Nel suo mirino, sono finiti i "benpensanti", i farisei, i boia, i giudici forcaioli, i re cialtroni di ogni tempo. Il suo, in definitiva, è un disperato messaggio di libertà e di riscatto contro "le leggi del branco" e l'arroganza del potere. Di lui, Mario Luzi, uno dei maggiori poeti italiani del Novecento, ha detto: "De André ha una storia e morde davvero". 





La ruota valoriale

La politica non gli interessa, anche se nel 1971 disse ad un giornale:“Al governo vedrei soprattutto degli economisti, tecnici, piuttosto che dei politici”.Vorrei solo precisare, che i tecnici a cui fa riferimento De Andrè, non erano certo quelli della lobbie bocconiana ed eurocratica che ha governato l’Italia nell’anno di grazia 2012 di nostro Signore, attraverso un suo primissimo uomo, il professor Mario Monti, con nostro enorme supplizio. “Ancora oggi non ho capito cosa sia esattamente la virtù e l’errore. Basta spostarci di latitudine e vediamo che i valori diventano disvalori e viceversa. Non parliamo poi dello spostarci del tempo. C’erano morali nel Rinascimento e nel Medioevo che oggi non sono più riconosciute. Adesso stiamo vivendo questa gran tormento per la perdita dei valori. Bisogna aspettare di storicizzarli. Penso non sia vero che i giovani d’oggi non abbiano nulla in cui credere, come molti sostengono. Hanno dei valori che noi non siamo ancora riusciti a cogliere perché siamo troppo affezionati ai nostri". Ciò per dire che lui non aveva nessuna verità assoluta in cui credere,  non aveva alcuna certezza in tasca e, quindi, non poteva regalare nulla a nessuno e gli andava già molto bene se poteva offrire attraverso le sue canzoni qualche emozione. Un pò come le prostitute di vocazione, quelle che fanno il mestiere con impegno e sono contente solo se guadagnano onestamente le loro palanche.

Human Project Brulesque Tournè Faber
 Il tormento delle interviste, concerti...

Nei concerti, quando Faber doveva presentare i brani, per lui era un momento di tormenta, un frangente a cui avrebbe fatto volentieri a meno: “Una canzone che debba essere spiegata, è una canzone mal riuscita” diceva per difendersi contro platee sempre più folte e chiassose e una stampa sempre più famelica di notizie di questo giovane autore dotto e che parla di puttane e taglia gole d'Angiporto come fossero amici suoi. Quando presentava uno dei suoi capolavori, “La buona novella” era solito introdurre il discorso a questa maniera: “Gesù fu il più grande rivoluzionario della Storia e un rivoluzionario non può che essere laico. Cristo non appare mai, ma c’è sempre. E’ il profeta dell’amore che dalle quinte determina tutto”. E poi via due ore di musica filata senza neanche un respiro fatto voce, tutta musica e parole cantate. Erano periodi dove i giovani ascoltavano più Marcuse che Cristo, era ovvio: “Ho scritto queste canzoni in pieno ’68, fregandomene delle critiche di tutti che dicevano: ‘Noi andiamo in piazza a lottare e prendere manganellate dai poliziotti e tu ci parli di Cristo?’. Non avevano capito quanto le due cose, Cristo e il ’68, avessero molte cose in comune. Resto convinto che ‘La buona novella’ abbia una forte carica rivoluzionaria non solo materiale, ma per chi è riuscito a capirlo, anche spirituale. Pensare che quello che gli studenti chiedevano, non era poi così lontano dagli insegnamenti di Cristo”. De André, da non credente che si è professato fino alla fine degli anni '70, dopo il sequestro con la moglie Dori Ghezzi, disse: "Ora, ho qualche difficoltà se qualcuno mi bestemmia di fianco. Prima non ci pensavo neppure".


Walzer per un amore

Ma molti l'avevano ormai etichettato come un disco anacronistico proprio perché parlava di Cristo nel pieno della rivolta. Veduta corta, del resto è un dolente malessere che si perpetua a quanto vedo. Ma il lato più divertente e paradossale de "La buona Novella", fu che la Rai censurò l'intero disco, mentre Radio Vaticana lo mandava in onda giornalmente senza problemi. Strano poi che dopo l'uscita dell'Lp, molti teologi invitassero Fabrizio ai loro convegni che lui disdiceva in quanto diceva: “Io non ho nulla da spartire con la teologia, ne con l’antropologia, tanto meno con la metafisica” limitandosi a rendere più umani i tanti personaggi che erano vicini al passare di Cristo. Forse, uno dei tanti Unicum storici che i dotti e insipienti non hanno saputo cogliere. Quante chiappe dovrebbero saltare nel mondo dei dotati in cattedra, i più furbi. I più orribili.

Il poeta colombiano Alvàro Mutis e Fabrizio De André
Appunti in un battito d'ali

Come Fabrizio ha sempre cantato, anch’io credo che siano le persone a creare i problemi che non cambiano e rovinano i più indifesi. E' un gioco vecchio e automatico. Se i cosiddetti migliori di noi avessero il coraggio di sottovalutarsi almeno un po’, vivremmo in un mondo infinitamente migliore: “Le vere domande e le vere risposte, non sono fatte di parole. Sono fatte di azioni, di gesti concreti e pochi, non molti”. Su questo punto trovo una forte similitudine. “Un intellettuale non integratolo capisco. E’ uno che soffre, legge dentro le righe e capisce quello che sta succedendo prima e molto più degli altri, che lo capiranno dopo 10 anni almeno. Questo è il ruolo dell’intellettuale, un trono dorato solitario. Guardate Pasolini!” Mi stupì Faber quando disse. “Se si integrano anche gli artisti, come sta in gran parte succedendo, c’è l’abbiamo tutti nel culo! Perché l’intellettuale non ha bisogno d’integrarsi, non deve farlo proprio. Perché non è fottuto lui, lo siamo noi. L’artista è un anticorpo che la società deve crearsi contro il Potere, le arroganze dei Palazzi. Sono persone rare, molto spesso sconosciute alla massa, ma è da coloro che dobbiamo andare”. Ora, e non è una battuta, se clicchiamo su Google, "da chi andare" (provate?)la prima risposta che vi sarà fornita sarà: "Da uno psichiatra". Segno dei tempi, inconfutabile. Come direbbe Woody Allen: "Non ho paura di morire. E' solo che non vorrei essere lì quando questo succede". L'assenza totale della sopportazione al dolore, non è requisito dei nostri giorni.

Frammenti di 800, il brano Burlesque per antonomasia

*'8OO*














Cantami di questo tempo 
l’astio e il malcontento 
di chi è sottovento 
e non vuol sentir l’odore 
di questo motor 
che ci porta avanti 
quasi tutti quanti 
maschi, femmine e cantanti 
su un tappeto di contanti, nel cielo blu 


Quanti pezzi di ricambio
quante meraviglie 
quanti articoli di scambio 
quante belle figlie da sposar 
e quante belle valvole e pistoni 
fegati e polmoni 
e quante belle biglie a rotolar 
e quante belle triglie nel mar




Serviva l'esempio, lo spartiacque

Come il viandante non si appella al diritto, ma all’esperienza, non gli interessa la fedina penale, ma il passato, il vissuto delle persone che s’incrociano col suo andar per direzione ostinata e contraria. Intuisco come Faber sia stato per moltissimi autori, uno spartiacque per l’innovazione della canzone, passando da “Bandiera gialla” o “Piccolo grande amore” a “Crueza de ma” o “L’antologia di Spoon River”. Potrei fare mille esempi, di personaggi che hanno detto, “se non ci fosse stato De Andrè…”: La Mannoia, Capossela, Vecchioni, Battiato fino ai più giovani come Silvestri e l’ultimo Jovanotti, la postilla su questa dato di fatto inconfutabile la ceruleò con lacca rossa e timbro, il maestro Pietro Piovani che confermò questa figura di esempio, dove la canzone poteva essere anche accostata all’amore, alla guerra, ai diseredati, denunciando il potere fine a se stesso ma poteva essere qualcosa di più. Oggi è semplice cantare di omosessualità, delle carceri che sono orrori di fronte gli occhi di tutti, delle maggioranze e dei loro stermini a scapito delle minoranze. Era impossibile pensarlo di poterlo fare anche quando Gaber cantava della sua “Torpedo blù”. Serviva l’esempio: Fabrizio De André nacque nel 1940 anche per questo, oltre che per bere.
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Per Faber, la poesia non è tanto Dylan che considera comunque uno tra i più grandi esempi della cultura mondiale musicale, ma in Brassens la cultura è un sostrato necessario e Fabrizio trova più facile il territorio della poesia, perché un vecchio è più imbevuto di alcol e di cultura. “In questo Brassens è un giovane, molto più giovane di Bob Dylan” e infatti del narratore di questioni francesizzanti, suonò mezzo repertorio e arrivò a dire quello ho detto all’inizio io di De André, ossia, che se non avesse conosciuto Brassens, De André non saprebbe se avesse vissuto come ha vissuto, facendone la cifra totale della sua esistenza musicale e culturale. Non volle mai incontrarlo di persona, evitandolo appositamente in certe occasioni, per timore di rompere questo idillio che era scoppiato nell'anima del giovane Fabrizio. Un metre-à-pensar, come avrebbe detto Faber. “Con Cohen è stata una specie di infatuazione, non regge il paragone con gli altri, soprattutto con Brassens. Una attrazione quasi mistica, del resto ogni sua canzone, alcune autentici gioielli, sembrano invocazioni da cattedrali. Quando canta sta con le mani conserte e guarda in alto. L’ho visto diverse volte in questa posizione evocativa”. Una delle prime canzoni che scrisse, Il testamento, la fece ascoltare all’amico Gino Paoli, che appena finita disse: “E’ bellissima! Ma dopo una canzone così, cos'altro puoi scrivere?”, per sua definizione rimase come "sciroccato" dalla forza del testo e dalle tonalità oscure della musica che Fabrizio era riuscito a comporre.

Fabrizio De André con Fernanda Pivano
Anche lei in direzione ostinata e contraria, un talento smisurato nel tradurre non solo le parole, ma l’anima e lo spirito di un’epoca. Sulla strada che corre verso l’Ovest del futuro. Libero chi legge, recita il titolo della meravigliosa raccolta di scritti sulla letteratura pubblicata ad un anno dalla sua morte, nel 2010
All'origine, una goccia splendore


Diceva di andare in “direzione ostinata e contraria” e come lo faceva lui, così chiaramente, non è riuscito a nessuno. Si possono fare dei paralleli, ma nulla è concesso a similitudini. Anche in campo estero, lo evidenzio perché in molti avranno pensato Cohen, Brassens, Brel... Certo, per uno che come lui riteneva brutta ogni sua canzone appena la provava a cantare di fronte ad un pubblico non potrebbe essere diverso. Per lui era certo, anzi autentico, il quid che l’ha spinto a scrivere ogni suo testo, quella canzone, quel libro, quell’articolo. “Una canzone che ha bisogno di essere spiegata è una canzone mal riuscita” come a rinforzare questa ipotesi all’origine di ogni “goccia di splendore” e disfarla appena questa diviene pubblica, un prodotto musicale, un titolo in mezzo ad altri a fare a cazzotti per essere più in alto.





Meglio Gaber, per quelle cose

Quando Pasolini disse che gli italiani erano 54 milioni di fascisti, gli ho dato perfettamente ragione”. Quando una persona si sente frustrata ed è costretta ad ubriacarsi sconciamente ogni giorno per riuscire a superare le proprie frustrazioni. Accade l'impotenza. "Una sera Mina m’invitò a cena con la mia ex moglie Puny per chiedermi se volevo fare una tournè con lei in teatro: mi dice, 'Tu conquisti le platee, io il loggione'” gentilissima" ma Faber le rispose di no. Ero terrorizzato solo all’idea di cantare in pubblico, poi assieme a Mina sarebbe stato una debacle". Così Mina si rivolse a Gaber, che accettò subito. Ecco Gaber è l’esatto opposto di De André, il senso del pubblico gli scorre nelle vene. In questo senso Gaber è un Papa, Faber, nonostante la sua grandezza, neanche un catecumeno.



Stregato dalla Sardinia

"Rimini, è un disco molto triste, terribile a tratti”. Forse è vero che è un disco di passaggio, ma sbaglieremmo a considerarlo secondario, perché Fabrizio, in Rimini, dove vanno a passare le loro vacanze estive un certo tipo di persone, seguendo certi tipi di clichès e codici di comportamento, scoppia tutta la piccola borghesia, nei suoi lati peggiori, un cancro molto diffuso ed estremamente pericoloso, perché non prende mai posizione. E, in ultima, il sottoscritto, a Rimini, ci ha vissuto per 25 anni. “Non faccio nomi, perché le persone cambiano, i fatti restano e fanno la storia, conformano la fisionomia di una città”. La prima volta che la sentì, quando ascoltai: “Ma voi che siete a Rimini, tra i gelati e le bandiere”, ho capito che ci aveva sgamato e non c’era attenuante o storia a cui appigliarsi per venirne fuori, non vi era giustificazione che reggesse a quel brano. Anche perché Federico Fellini, disse Faber, c’aveva già pensato molti anni prima di lui con “I Vitelloni”. Esiste una sorta di nemesi, che ogni tanto annienta i malfattori, ma non ne annulla le malefatte. Per questo, forse, la Sardegna lo stregò, Rimini non era dolce.

Fabrizio nella sua tenuta a l'Agnata
























Meglio Kraus a Lenin, poi Bakunin

Vladimir Ul'janov Lenin diceva che l’etica è l’estetica del futuro. Grazie al cazzo, preferisco Karl Kraus che ribadisce che l’etica è l’estetica sono una sola cosa già ora e da sempre! Come sono convinto che la giustizia può diventare arte se coltivata con passione personale, come possa divenire la tortura di chi non ha difese alla stessa sua altezza. E non trovo nulla di più etico ed estetico di un disco incentrato, basato sui Vangeli apocrifi. Ma Bakunin fece ingresso nel pensiero dell’ancora giovane De Andrè:“Capì che gli anarchici sono dei santi senza Dio, dei miserabili che aiutano chi è più miserabile di loro”. Partendo da questa scoperta si è concesso il lusso di parlare anche di Gesù, prima in "Si chiamava Gesù" e poi ne “La buona novella” e oggi mi viene il dubbio che anche lui non fosse che un anarchico convinto di essere Dio. O forse questa convinzione gliela hanno attribuita altri. Da Bakunin passò a Stirner, e da una visione collettivista ne scoprì una molto più profonda, quella individualista. Dopo tutto ci vuole troppo tempo a trovare gente con la quale vivere quelle idee dai più ignorate, così se le viveva da solo. Più semplicemente, ricordo che in tv gli chiesero come immaginava la società del Duemila. E lui, in modo estremamente distaccato, rispose più o meno così: 
una società per lo per lo più nomade, separata da due diverse fruizioni dell'economia. Da una parte coloro che riusciranno ancora a scambiare denaro contro merce e dall'altra un'economia che si potrebbe definire del dono, se non addirittura del mutuo soccorso. Penso che gli individui che utilizzeranno questa seconda forma di scambio saranno più numerosi degli altri e probabilmente migliori, più ricchi da un punto di vista spirituale.

Un murales ad Orgosolo in Sardegna dedicata a De André

Un borghese che tradì le sue origini
Ad un certo punto lo definirono proletario. “Proletario io? Ne si ne no. E’ pur sempre un’etichetta, sicchè la rifiuterei, come rifiuterei tutte le etichette che nel corso degli anni hanno cercato di appiopparmi addosso”. Comunista, democristiano, socialista, borghese, ecologista, persino fascista. “Se sono più modestamente un anarchico, è perché l’anarchia prima ancora che un’appartenenza, un catechismo, un decalogo, tanto meno un dogma, è un modo di essere dello spirito, uno stato d’animo, una categoria dell’anima”. Tutti lati del suo carattere che lo accompagnavano da quando era bambino, quando preferiva giocare a biglie e scommetterci sopra e inventare parolacce per strada con una bande di compagni, piuttosto che stare in casa a fare il signorino di buona famiglia, quale comunque era e quale è rimasto per molto tempo, fino ai 17 anni, vivendo sulla sua pelle la drammatica schizofrenia di chi abita contemporaneamente da entrambi i lati della barricata. Un magnifico borghese che tradì le sue origini sociali per cantare in chiave trobadorica medievale di prostitute, disertori di guerra, amici fragili, barboni, indiani uccisi da un "generale di 20 anni con occhi turchini e giacca uguale e figlio del temporale".


Ministri di temporali


La domenica delle salme è un grande affresco in stile Bruegel: in esso la supposta fine della storia viene smascherata per quello che è: un'altra delle tante menzogne che i poteri utilizzano per celare l'avidità oscena del loro agire. De André li vede tutti, non ne perde uno: "i trafficanti di saponette [che mettono] pancia verso est", "la scimmia del quarto Reich che balla la polka sopra il muro", "il ministro dei temporali / in un tripudio di tromboni / che auspica la democrazia / con la tovaglia sulla mani e le mani sui coglioni". "La domenica delle salme / non si udirono fucilate / il gas esilarante / presidiava le strade / la domenica della salme / si portò via tutti i pensieri e le regine del tua culpa / affollarono i parrucchieri". Come non rivedere, quasi fosse un vecchio documentario, le immagini di chi, nei decenni scorsi, guadagnava un applauso in più (con il corrispettivo aumento del conto in banca), recitando solidarietà con saluti a pugno chiuso e che oggi, magari, l'applauso in più e l'ingrossamento del portafoglio lo guadagna con monili tricolori all'occhiello della giacca? Ma come, insieme a loro, non vedere anche tutti coloro i quali applaudivano o si indignavano a comando e che continuano ancora oggi, impotenti comparse, a "gonfiarsi" nelle piazze (il popolo delle piazze) e davanti ai tribunali "in un coro / di vibrante protesta" quando la politica della società dello spettacolo lo richieda - magari, guarda caso, proprio all'ora del Tg?

Per altri interventi di Matteo Tassinari su  
http://mattax-mattax.blogspot.it/

post inserito su arpa eolica il 16/06/13

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L'aducazzione


Accade in Roma lì 12 giugno 2013
  53 anni, era in auto con il figlio di 18 anni quando è scoppiata una lite per motivi di viabilità tra i due e un 31enne al volante di un'altra macchina.  Dopo la lite, padre e figlio si erano allontanati, tornando a casa. Poi il 53 enne  è sceso di nuovo con il figlio e in strada ritrova il 31 enne, ritornano a litigare, il 31 enne ferisce al volto il 18 enne con un coltello.  A quel punto il padre del ragazzo, armato di pistola, non ha esitato a vendicare il ferimento del figlio: ha sparato contro il 31 enne, che nel frattempo si stava allontanando. Il proiettile ha colpito il 31enne alla nuca, finito in terra esanime.
  In poco tempo sono arrivati sul posto le forze dell'ordine e gli operatori del 118. Ma l'ambulanza è stata presa d'assalto dai parenti del 31 enne ucciso  con una sassaiola: non volevano che il 18enne, figlio dell'uomo che aveva sparato, venisse soccorso. Il ragazzo era a terra e i sanitari tentavano di avvicinarsi e la furia della folla si è scatenata su di loro. Sono stati picchiati in tre, uno di loro ha la spalla rotta.  Per continuare a leggere la notizia  ….
Ma cosa cova nei nostri nervi e come un’educazione non ha saputo frenarci?
Ma quale è stata la corretta educazione?
Qui il sonetto di Belli su un certo modo di dare l’educazione nel 1830 che pare non sia cambiato …

L'aducazzione

Fijjo, nun ribbartà mai Tata tua: 
abbada a tté, nun te fà mmette sotto. 
Si quarchiduno te viè a ddà un cazzotto,
lì ccallo callo tu dàjjene dua.
     
     Si ppoi quarcantro porcaccio da ua 
te ce facessi un po’ de predicotto,
dije: «De ste raggione io me ne fotto;
iggnuno penzi a li fattacci sua».
        
     Quanno giuchi un bucale a mmora, o a boccia, 
bevi fijo; e a sta gente buggiarona
nu gnene fà restà  manco una goccia.
        
     D’esse cristiano è ppuro  cosa bbona:
pe’ questo hai da portà ssempre in zaccoccia
er cortello arrotato e la corona.

Roma, 14 settembre 1830

Note di traduzione: Figlio non rinnegare mai tuo padre:

bada a te e non ti fare mettere sotto.
Se qualcuno ti viene a dare un pugno
tu subito dagliene  due.
Se poi qualche altro porco da uva
Ti viene a fare un po’  di prediche
digli “di queste ragioni io me ne fotto;
ognuno pensi ai fattacci suoi”.
Quando giochi a boccale o a morra (antichi giochi di osteria dove le regole spesso prevedevano di lasciare gli alti senza poter bere)
bevi figlio; e a sta gente bugiarda
non gliene fare restare manco una goccia.
D’essere cristiano è pure una buona cosa:
per questo devi portare sempre nella saccoccia
il coltello affilato e la corona del rosario.

I princìpi  educativi messi in bocca a un popolano, per meglio esprimerne la sostanziale brutalità e volgarità, non sono altro che i correnti valori , espressi forse più ipocritamente, che dovrebbero caratterizzare un” vero uomo”: farsi rispettare, rispondere alle offese, non accettare lezioni da nessuno,curare i propri interessi a discapito degli altri; una “virilità” insomma, presente in tutte le classi sociali e in tutti i tempi. Il sarcasmo del riferimento finale alla bontà d’essere cristiano  sta a sottintendere quanto il cristianesimo, con i suoi princìpi totalmente capovolti  di mitezza, perdono, porgere l’altra guancia, amare il nemico, amare il prossimo,  non sia riuscito minimamente a scalfire nei secoli una morale che addirittura esalta la vendetta, l’egoismo e l’arroganza; ma l’ironia maggiore consiste nella totale dissociazione, assai diffusa, di chi si considera malgrado tutto totalmente  cristiano, riducendo la sua fede  a delle formalità rituali,come il portare il rosario in tasca, senza però  mai abbandonare il coltello,accostamento che simboleggia con  potente sintesi l’ incoerenza dominante.  

(commenti e note a cura di Maria Luisa Ferrantelli e Francesco Zaffuto)
Per le altre poesie del Belli vai alla pagina monumento sotterraneo


Immagine – una lite –  di Bartolomeo Pinelli

post inserito il 15/06/13


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ER GOVERNO DER TEMPORALE


Papa Bergoglio, in qualche modo, l’11/giugno 13,
 ha ricordato ad alcuni cardinali amanti di banche che:
"San Pietro non aveva un conto in banca, e quando ha dovuto pagare le tasse il Signore lo ha mandato al mare a pescare un pesce e trovare la moneta dentro al pesce, per pagare". "Si devono portare avanti le opere  con cuore di povertà, non con cuore di investimento o di un imprenditore",
 Il Papa parla un po’ come avrebbe fatto un tempo Gioachino Belli  che in questa poesia criticava il potere temporale della Chiesa,esercitato allora con tutte le prerogative di una monarchia assoluta (leggi,tasse, guerre, condanne che prevedevano carcere, torture e pena di morte). Ma ancora sono in tanti i cardinali affezionati a un certo potere finanziario che in qualche modo è un retaggio del vecchio potere temporale della Chiesa.

ER GOVERNO DER TEMPORALE

     Ôh, penzateve  un po’ come volete
Ch’er reggno ar Papa je l’ha dato Iddio,
Io sto co le parole de don Pio:
“Sete cojoni assai si ce credete„.
        
     E Gesucristo ar popolo giudio
Sapete che je disse? eh? lo sapete?
“Io sò vienuto in terra a ffà da prete,
E nun è de sto Monno er reggno mio„.
        
     Che bella cosa saría stata ar Monno
De vede er Nazzareno a ffà la guerra
E a scrive editti fra viggijja e ssonno!
        
     E, de ppiú, mmannà l’ommini in galerra,
E mette er dazzio a le sarache e ar tonno
A Ripa-granne e a la Dogàn-de-terra.

Gioacchino Belli 13 gennaio 1834

Note di traduzione – Il governo der temporale (già dal titolo il Belli ironizza sulla parola temporale come se il popolo lo intendesse anche  come un accadimento climatico sfavorevole)
 - Oh, pensatela un po’ come volete
che il regno al Papa glielo ha dato Dio
io son  d’accordo con le parole di don Pio (don Pio sta per uomo della strada)
siete coglioni assai se ci credete.
E Gesù Cristo al popolo ebraico
sapete che gli disse? Eh? Lo sapete?
“Io sono venuto in terra a fare da prete (da guida spirituale)
e non è di questo Mondo il regno mio”.
Immaginate che bella cosa sarebbe stata al mondo
 vedere il Nazzareno fare la guerra
e scrivere editti dalla mattina alla sera!
E per di più, mandare gli uomini in galera,
e mettere il dazio alle sarache (sarache, sta per sarachi affumicati) e al tonno
.a Ripa-grande, (porto e dogana sul Tevere, per le merci provenienti dalla via di mare) e alla Dogana di terra. ( per le merci che venivano per via terrestre e si trovava a Piazza di Pietra).

(commenti e note a cura di Maria Luisa Ferrantelli e Francesco Zaffuto)
Per le altre poesie del Belli vai alla pagina monumento sotterraneo

Immagine - Giuseppe Vasi incisione del porto di Ripa Grande da
http://www.romeartlover.it/Vasi97.htm 

post inserito su Arpa eolica il 14/06/13


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