un addio complesso


L’addio  a Franca Rame è un addio complesso,
non si tratta solo di salutare una grande artista,
si tratta di salutare un pezzo di storia che ha rappresentato:
il riscatto delle donne,
la solidarietà nella lotta di Soccorso Rosso,
un pezzo di quella grande Milano degli anni settanta
intrisa di speranze,
di drammaticità
e di tanta voglia di vivere e sorridere

Qui due link  su youtube – la versione integrale di “L’anomalo bicefalo”

e il monologo dello stupro
http://www.youtube.com/watch?v=zzh7FmmNDAM

Messaggi ricevuti tramite mail ad Arpa eolica

Cara Franca io e i miei amici poeti ti verremo a trovare al Famedio ormai casa tua!
Quando la Storia la vivono e la scrivono, facendola, i cittadini che credono in se stessi, negli altri e nel futuro dello Stato in cui vivono il ricordo resterà perenne. Anche in coloro che come me non credevano e non credono in certe "esagerazioni artistiche e politiche", della duplice coppia teatrale e umana di Franca Rame e il Nobel Dario Fo. Meritano ambe due il massimo rispetto per quello che sono stati, per l'onestà intellettuale, civile, morale e per il modo di essere cittadini italiani. Mi riconosco in loro nella perseveranza e nel modo di rispettare il prossimo e di rispettarsi facendosi rispettare degli altri, anche dai potenti: spesso delinquenti politici che hanno fatto di tutto per fermare il loro cammino lungo il binario artistico e politico-sociale. "LA DISCUSSIONE" della sobrietà e dell'onestà né fa un vessillo del proprio essere per suoi lettori- amatori.
 Un saluto a FRANCA e un altro a Dario. 
Calogero

post inserito in Arpa eolica in data 31/05/13


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I volti della crisi

Di parole sulla crisi economica se ne sono sentite tante. 
Le cronache ci riportano eventi drammatici come i suicidi di operai e di imprenditori, ci stiamo abituando a notizie terribili.  
La crisi porta sicuramente un malessere che traspare dai volti, e che negli sguardi esprime tutta la sua lacerazione; Floriana Quaini in questi due acquerelli  raccoglie questo tormento.  

Ecco due possibili volti di imprenditori che possiamo incontrare e sui quali si legge il grande disagio che li tormenta, forse se incontrandoli gli rivolgiamo un saluto cordiale possiamo aiutarli. 



Floriana Quaini – dirigente in crisi (1) – 2013 - acquerello – cm 35x50  50% cotone





Floriana Quaini – dirigente in crisi (2) – 2013 - acquerello – cm 35x50  50% cotone


Arpa eolica ringrazia Floriana Quaini per il permesso di pubblicazione in questo blog
Per altri post e collegamenti vai al profilo su Arpa eolica  su Quaini Floriana 

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L'arte e la politica

di Paolo Falconi
Il lato oscuro dell'Arte è la rappresentazione del falso a scopi di legittimare il potere e piegare le resistenze e l’avversione nei confronti di chi intende imporre la propria visione del Mondo.
Sembra che tutto ebbe inizio proprio a Roma, quaranta anni prima della nascita di Cristo. Nell'Urbe si opponevano due fazioni: la Repubblicana e la Monarchica. Gli appartenenti alle due fazioni erano riconoscibili per il diverso abbigliamento, quasi una divisa che non permetteva alcuna terra di mezzo, o si apparteneva ad una parte o all’altra. La fazione monarchica vestiva in modo eccentrico, sgargiante, orientale; quella repubblicana era più austera, elegante tradizionale. Erano due modi diversi di concepire il potere.
La Repubblicana, imponeva un’ Oligarchia, poche famiglie ricche e potenti governavano l’Urbe. La Monarchica s' ispirava ai poteri assoluti orientali e ne condivideva le impostazioni : un solo uomo al timone dello Stato, quasi una divinità assoluta che esercitava le sue funzioni senza limiti e vincoli posti dalle grandi famiglie. Entrambi si contendevano il consenso del Popolo, destinato comunque a subire l'una o l'altra visione politica.
 Lo scontro era inevitabile e non consentiva dialogo e compromessi. Roma conobbe una crisi mai vissuta fino ad allora, la guerra  civile minò profondamente la saldezza del potere politico, economico, militare dell’Urbe.

Un uomo cambiò tutto questo e trovò nell’arte il miglior mezzo  per generare consenso, e risolvere lo stallo politico che avrebbe portato alla rovina Roma. Ottaviano Cesare Augusto incominciò un’opera di persuasione sul Popolo e su i suoi avversari, i repubblicani, ossia le famiglie più potenti di Roma. La prima raffigurazione di Ottaviano giovane, con molti capelli ricorda Alessandro Magno, l’uomo che più ha incarnato il potere assoluto nel tempo classico ellenista, periodo a cui i romani amavano confrontarsi e rappresentarsi, parametro  di riferimento  al loro modo di concepire il Mondo.

Le rappresentazioni successive di Cesare Augusto, diffuse in ogni angolo delle provincie romane sono più austere, di un potere conservatore: i capelli sono più corti, il viso ha espressione matura e responsabile, di chi esercita il potere non nel suo esclusivo interesse ma in quello della Res Pubblica. Lo stesso viso appare raffigurato non solo in statue riprodotte "industrialmente", in serie, ma anche sulle monete. L’obiettivo è solo politico: far conoscere chi comanda e rassicurare tutti  i sudditi infondendo un senso di stabilità e di continuazione nel tempo.

La statua che maggiormente rappresentò Cesare Augusto è un vero capolavoro di persuasione e di falsità in quanto rappresentava tutto l’opposto della  realtà del personaggio storico. L’immagine di un generale senza la spada, che esprime un gesto d' imperio con il quale richiede  il silenzio, l'attenzione della platea,  sembra promettere pace, stabilità e prosperità. Il volto è sereno e non esprime durezza verso gli avversari, sebbene fossero particolarmente attivi nel contrastarlo, consapevoli degli effetti  deleteri  della lorograduale emarginazione dal potere di Roma. Ottaviano è rappresentato scalzo, quindi  si pone come un servitore umile alla causa di Roma, alle istanze del suo Popolo e dei più indifesi, simbolicamente richiamati dall’immagine del bimbo che si aggrappa fiducioso alla sua veste (tradizionalmente il putto rappresenta Eros, figlio di Venere, di cui la gente Julia ne vantava la discendenza ... ma la raffigurazione del bimbetto immediatamente suscita un senso di tenerezza ed è di per se rassicurante, se la paragoniamo  a quanto di evocativo sia il semplice nome di Erode ... in termini di potere spregiudicato).

In realtà non solo Augusto apparteneva ad una famiglia molto ricca ed influente, tutta protesa ad assicurarsi il primato al potere, ma intraprese una lenta opera di affievolimento dei poteri degli oppositori, con abilità, astuzia e spietata determinazione, tutt’altro di quanto si volesse rappresentare con la sua rassicurante immagine.
 La Pax romana Augustea, attirò il consenso del Popolo ma inaugurò anche una tirannia che durò per ancora quattro secoli e mezzo.

Molti dittatori e poteri forti in seguito e nell’era moderna, si rifecero alla tradizione romana di utilizzare l’arte  come veicolo per imporre la propria politica, influenzando il Popolo con rappresentazioni che finivano per impressionarlo emotivamente, e con il solo obiettivo di allontanarlo  dalla verità seguendo propri scopi.
Arpa eolica ringrazia l'autore - il blog di Palo Falconi è 

Cantu d’amuri


dalla raccolta qui una delle poesie – la sua traduzione in italiano e la prefazione al libro

ddi capiddazzi lunghi ‘ntesta

ddi capiddazzi lunghi ‘ntesta
e dda varbazza pp’ ammucciari
‘na facci di carusu
ca pinsava
chiù migliu
forsi ‘un l’annu cangiatu ancora
intra ‘ na scorcia di minnula muddisa
campa ancora comu primu

e je biddu vidirisì arrì
doppo tant’anni
e spirtusannu sulu un millimitru
di scorcia
truvarisi arrì
ancora carusi
ancora sinceri
ancora nuantri
senza machini né pupiddi
c’affacciano ogni sira a’ a televisioni

ma a parlari di cosi nusci
intra a ‘na casuzza sdirrupata

Pino Canta – in “Cantu d’amuri”

quei lunghi capellii in testa
e la barbaccia per nascondere
una faccia di ragazzo
che pensava
con più senso
forse non l’hanno cambiato ancora
sta dentro la scorzia di mandorla morbida
campa ancora come prima

ed è bello rivedersi ancora
dopo tanti anni
e scavare solo un millimetro
di scorza
ritrovarsi di nuovo
ancora ragazzi
ancora sinceri
ancora noi
senza macchine né marionette
che si vedono ogni sera in televisione

ma a parlare delle nostre cose
dentro un casetta diroccata

il libro è stato edito in proprio in una tiratura limitata come dono agli amici, la veste grafica è stata curata da Pericolosi Dario (per la serie i darietti di Calcio alla Poesia)
Qui il link della serata di presentazione del libro

 Ci sono poche copie a disposizione  – chi ne volesse una copia al prezzo  € 10,00 comprensivo del recupero spese di spedizione, può inviare un messaggio ad arpa eolica dalla colonna inserita sulla destra del blog,  fornendo il proprio recapito – arpa eolica farà pervenire la richiesta allo stesso autore – il pagamento potrà avvenire tramite vaglia postale -
 Immagine -  la copertina del libro con un dipinto di Salamone Salvatore “il Castello di Pietrarossa”

Qui la prefazione di Salvatore Rizza a "Cantu d'amuri"

Pino Canta non ha deluso le aspettative. Nell’ultimo volume delle sue poesie, Come una farfalla di sole (2003) io stesso concludevo la presentazione auspicando il prosieguo della sua arte assicurandogli che “noi l’aspettavamo”. Ed ecco Cantu d’amuri. La continuità della sua produzione poetica è uno sgranarsi di temi, di personaggi e di paesaggi legati insieme, come grani di un rosario, dalla catena ferma e solida che è il sentimento dell’Amore. O, se si preferisce, data la tripla caratteristica di Pino poeta, pittore e scultore sono le tessere di un mosaico ben delineato e disegnato, e tuttavia sempre in costruzione e alla ricerca di nuovi linguaggi. La lingua siciliana semmai concorre a rendere più immediata la percezione o, se possibile, più dura la sensazione di un rapporto, mai dimenticato e costantemente vissuto, con la terra, con le persone; attraverso lo sguardo e il tatto con le pietre, con i fiori, con i parenti, con le donne, con i compagni di gioco e con gli amici. Un misto di geografia, di antropologia ed etnografia filtrate dal linguaggio poetico di questo testo, ma anche da quello artistico dei quadri e delle sculture.
La maturità anagrafica di Pino Canta registra un ritorno all’infanzia e alla giovinezza, vissuta in Sicilia prima e in giro per il mondo successivamente, quasi come una catarsi liberatoria dai lacci forse ancora sentiti, ma comunque mai rimossi completamente.
La poesia del resto, come ogni altra forma artistica, è liberante e diventa capace di restituire l’uomo alle sue origini senza però impedire che il corso dell’esistenza si svolga nei tempi, nelle modalità e nei luoghi che il tempo dipana per ogni uomo.
Cantu d’amuri raccoglie le poesie di tanti anni vissuti con amore e per amore. L’amore sembra essere il sentimento unificante della produzione come della vita stessa: amore per i luoghi e per le persone che videro affacciarsi alla vita il “piccolo” Pino, che ne seguirono la crescita fino alla giovinezza libera e alla maturità grave della vita quotidiana. E’ l’amore che segna la felicità di un momento, la nostalgia di un tempo trascorso, l’attesa e la speranza di un ritorno o di un riallaccio, o, ancora, di una prosecuzione. Però non solo amuri, ma l’amore cantato, appunto Cantu d’amuri. Il canto si addice alla poesia perché è il modo più esaltante, più intenso e più gioioso di dire le cose, di esprimere l’amore e di dare all’amore una veste e un decoro (se mai ce ne fosse bisogno!) che lo rende bello e gradevole, lirico e immateriale anche quando pervaso di carnalità. La madre, il padre, la terra, l’amico, la donna (e le donne) premono alle porte della poesia di Pino Canta per evocare, rimpiangere e piangere, desiderare e ringraziare, donare: insomma, per amare con il Cantu d’amuri.
Salvatore Rizza

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Giullari in Italia


 Un opera ricchissima, anche di molte iconografiefrutto della ricerca di Tito Saffioti che si è sviluppata nel corso degli ultimi trentanni.


I GIULLARI IN ITALIA. LO SPETTACOLO, IL PUBBLICO, I TESTI – di Tito Saffioti – Liguori Editore - 2012

Finalmente un modo per valutare il contributo dei giullari all'evoluzione della cultura popolare nell'utilizzo delle più varie tradizioni letterarie e artistiche. Questo libro si organizza su molteplici livelli interdipendenti: i rapporti dei giullari con il potere religioso e laico, il repertorio e gli spettacoli, la diffusione dei testi tipici del teatro in piazza e del teatro di corte. Una significativa antologia raccoglie esempi provenienti dalla cultura scritta e dalla grande fortuna dell'iconografìa del giullare. In questo repertorio orale, teatrale e visivo pulsa tutto il concorso del pubblico del Medioevo, oltre il Medioevo fin dentro la cultura moderna.

TITO SAFFIOTI (Palmi 1946) è saggista, giornalista e scrittore: la sua molteplice attività si è espressa nel  settore delle tradizioni popolari letterarie e musicali con particolare attenzione al Medioevo. Tra i suoi numerosi libri vanno ricordati I giullari in Italia, la storia, lo spettacolo, i testi, Milano 1990; Le ninne nanne italiane, Torino 1994; Le feste popolari Italiane, Milano 2009, Lódz’ 2010; “E il signor duca ne rise la buona maniera” – Vita privata di un buffone di corte nella Urbino del Cinquecento, Milano 2008; Il maestro di tutte l’arti Nandò 2008; Gli occhi della follia, Giullari e buffoni di corte nella storia dell’arte, Milano 2009. 

Link sulla presentazione del libro dal sito dell'autore
Il libro di Saffioti è reperibile anche su

NON C'ERA SILENZIO NEL BOSCO



NON C'ERA SILENZIO NEL BOSCO

Con il sole di fronte

entro nel bosco per sentire
quanto silenzio è arrivato

Quando ci venivo da bambino
i colorati suoni svegliavano
la stagione dei ritorni


E' silenziosa più del solito la terra

solo sparuti stormi di rondini e api
dove sono tutti gli altri?

I miei piccoli occhi osservavano
l'arrivo degli uccelli per me era miele
ascoltare le voci della natura


Con il sole di spalle

esco dal bosco quasi muto
sento solo rombo di città

Tornavo a casa quasi correndo
nel cuore c'era spazio per giochi
e versi di vita fresca


Oggi c'è un silenzio che fa rumore

nell'anima insoddisfatta di poeta
dov'è il concerto della natura?

Dario Pericolosi

Questa poesia di Dario Pericolsi è stata letta nell’incontro dei Poeti dell'Ariete di mercoledì 17 aprile 2013. L’incontro aveva come tema “la Primavera silenziosa” prendendo spunto dal libro di Rachel Carson, "Silent Spring", pubblicato nel lontano 1962. L'opera, attualmente edita da Feltrinelli, è considerata da molti una specie di manifesto antesignano del movimento ambientalista e platealmente denuncia i danni provocati da DDT e pesticidi in genere sia sull'ambiente che sugli esseri umani. Albert Schweitzer disse: "L'uomo ha perduto la capacità di prevenire e prevedere. Andrà a finire che distruggerà la Terra".
Link al profilo su Arpa eolica dell’autore –

Link al blog dell’autore – http://www.calcioallapoesia.blogspot.it/
Link sul gruppo culturale I Poeti dell’Ariete
Immagine – fuori testo – acquerello – dopo la fine – (1987 – francesco zaffuto)


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IBERNAUTA












IBERNAUTA*

Insinuandomi tra i ghiacciai dell’Eternità
Percorso obbligato alla ricerca della luce

“Navigo” Pilotando un corpo in prestito.

Mi sottraggo all’irreversibile degrado
Di questo mondo e dell’umanità

“Aspetto” Ma ne conservo gelosamente la mappa.

Ho dovuto lasciare tutto e tutti
Prima di morire di nuovo e affrontare il viaggio

“Memorizzo” :  La morte è un nano-secondo di emozioni.

Rielaboro nella mente parole sciamaniche
“C’è sempre un’altra vita, se la vuoi”

“Vorrei” Ma non voglio dimenticare chi “ero”.

Mi ibernai in tempo, ed evitai il saccheggio
Di questo corpo quasi intatto, e della sua Luce.

“Tornerei” Ma è un viaggio di sola andata, questo.

Nell’utero buio di una Madre non c’è
Ho compreso il significato del Nulla
E nel fragore del ghiaccio che si scioglie

“Rinasco” Pronta a conoscere un altro Mondo.

“Ecco” sono qui
E non può esistere ritorno
Anche se il gelo eterno ha bruciato i miei occhi
E la sua acqua riempito le mie orecchie

“Insisto!” Questa volta prendetemi così
“sono solo di passaggio”.

Laura Raffaeli – Roma 23 giugno 2004

*Ibernauta: Sono io, siamo in tanti: i cosiddetti “miracolati”, che ritornano qui dopo un incidente mortale, in “forma diversa”.
E’ un passaggio velocissimo, spaventoso, sembra di morire, o si pensa di essere morti, non si sa bene. Giorni o un’ora? Chi può dirlo? Mai lasciare una persona che sta come stavo io, a casa con le parole di una diagnosi che erano diventate martellanti dentro di me, che ancora credevo di essere come prima, senza capire però dov’ero. Furono giorni tremendi: decisi di capire se era tutto un sogno o realtà. Lucida, tremendamente lucida ho avuto la consapevolezza del mio esistere, mi sono trovata insomma, e mi sono accettata anche così. Divento “Ibernauta” quando gli altri si spaventano, scappano o creano trame del tutto personali su di me, pur di non aiutarmi come dovrei essere aiutata, e non come vorrebbero alcuni. E’ il “mantenimento” della “vasca”: semplicità, affetto puro, sincerità, queste cose sono il “mantenimento” che scarseggia, ma più delle volte è proprio assente (come nel mio caso, a parte alcuni episodi, così rari che rimangono episodi per un film, bello ma non reale)

Tratta dalla raccolta di poesie  “Dalla Zigurrat di Ur” –  http://blindsight.eu/letture/Dalla_Ziggurat_di_Ur.pdf
Il blog dell’autrice http://lauraffaeli.blogspot.it/
Per altre opere dell’autrice inserite in questo blog vai su  Raffaeli Laura
Immagine –  il logo di Ibernauta Project – Progetto sui disabili sensoriali di cui si è fatta promotrice Laura Raffaeli http://blindsight.eu/eventi/intro-ibernauta-project/

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dal paesaggio della memoria all’interno dei fiori


 in questo percorso tra i quadri della pittrice Maria Rollo si può partire da qui, anche se si tratta di un opera che è venuta dopo tante altre opere


Bernalda-MT  - olio su tela cm. 80x36.5

Questo piccolo paese sta fermo immobile come infisso in una sorta di eternità del tempo, la stessa pittrice lo descrive come il paesaggio della sua memoria. “Dopo aver dipinto diversi paesaggi è maturato in me il desiderio di realizzare una tela del paese dove sono nata e vissuta per i miei primi otto anni. Data la tenera età sono purtroppo molto pochi i ricordi che ho, ma con l'aiuto di una fotografia e dei miei ricordi (che custodisco gelosamente) ho voluto dipingerla così,forse... poco fedele alla realtà.
Ma della realtà il pittore porta dentro le luci e i colori e poi li compone e ricompone, e Maria Rollo ha rivisto quelle luci e quei colori poggiandoli in altri luoghi lontani


Montevecchia olio su faesite 30x40


Mandello del Lario olio su faesite 30x40

E’  dai laghi della Lombardia, dove abita,  che  Maria Rollo ricava sensazioni di luce e colori che l’hanno fatta pittrice,  ed è come se riuscisse a imprimere un particolare calore nel descriverli, forse quella luce della Basilicata rimasta nella memoria

Lago del Segrino olio su tela 52x52 


Salita Serbelloni – Bellaggio  olio su tela 90x70

Un’altra indagine pittorica di Maria Rollo è sui fiori

Primavera – olio su cartone telato – 40x50
Osserva i fiori da lontano e poi si avvicina ad essi fino a scoprirli nel suo interno, oltre i petali, ne descrive tutta la magia della loro fertilità


Papaveri - tecnica mista su legno cm. 55x55



Fiordalisi - tecnica mista su legno 75x59



Aria di primavera 2

Arpa eolica ringrazia  la pittrice Maria Rollo  per questa  passeggiata tra suoi quadri – Per  continuare la passeggiata  qui il link del suo blog

Ragazze del Friuli



"Ragazze del Friuli" romanzo  di Antonio Russello 

edizioni Santi Quaranta

Presentato il 25 Maggio 2013 ore 18,00  – FAVARA (Ag)  presso il Castello Chiaramonte. Intervenuti:- Rosario Manganella, Sindaco di Favara - Gaspare Agnello, studioso di Antonio Russello - Antonio Liotta, editore Medinova 

Qui la recensione di Gaspare Agnello

Ferruccio Mazzariol ci riprova e per la decima volta, in circa dieci anni, manda in libreria Antonio Russello, con l’inedito “Ragazze del Friuli” che l’autore aveva scritto nel 1982.
L’opera narrativa di Russello è profondamente autobiografica e i primi suoi titoli si rifanno al luogo di nascita.  “Il tempo di ‘Le terre dello zio Santo’, scrive Russello, di ‘La luna si mangia i morti’, di ‘Il  vento e le radici’, si può dire che sia lo stesso tempo dell’infanzia trascorsa al paese nativo di Favara, nell’agrigentino, con puntate in avanti o meno, ed esso vi coesiste e vi traspare, e nei tre romanzi si snoda l’epoca pressappoco dal 1928 al 1945. Ma c’è un ritorno degli stessi argomenti o stessa atmosfera”.
 E poi, continua Russello, “ Con un passo all’indietro, ritornando all’anno 1945, esso stabilisce il punto di partenza o di ‘fuga’ dell’autore dalla Sicilia nell’occasione di un suo richiamo a completare il servizio militare da ufficiale di complemento, nel Friuli, all’estremo confine d’Italia. Nasce qui il ciclo dei romanzi che inaugurano la tematica della letteratura dell’esilio o del confine e vi è connessa anche la tematica dell’amore, per esser questa una stagione felice-angosciosa della giovinezza che trova il suo compimento nella trepida attesa d’incontri femminili e di ragioni sconosciute che destano meraviglia e stupore della scoperta peraltro agognati e presentiti nel subcosciente, come memoria del futuro”.
“Da Cesano di Roma, ci dice ancora l’Autore, il balzo alla sede assegnatami…
…fu rapido, e lo feci in Friuli nel Nord sempre nel senso che mi auguravo a fuggir  dalla Sicilia, il destino aiutandomi in questa folle corsa.
Mi fermo, come Ulisse dei Feaci da cui si fa raccontare egli stesso dalla cetra dell’aèdo Fèmio le sue avventure. Io mi fermo, per citare da “Ragazze del Friuli” questa predestinazione: ‘L’arrivo a Palmanova (in quel di Udine) era stato che dalla carrozza che ci portava noi novelli ufficiali, la sola valigia caduta a terra che presagiva che un contatto con il suolo friulano sarebbe stato fatale (hic domus, haec patria est) apparteneva a me, Un segno, come Enea che aveva capito d’essere arrivato nella terra promessa quando i suoi compagni avevano mangiato le mense: ‘Heus ! etiam mensas consumimus’.
Io, in quella terra, una sera d’estate e in un viale avrei incontrato la ragazza che poi avrei sposata. Forse in lei si depositavano frammenti di amori più o meno delusi, ed era l’ultima, ma si sa che l’ultima è sempre la prima.
Nel frattempo, dopo congedatomi, per starle vicino e per non far ritorno alla terra natale, prima fu una banca a Venezia in cui fui dirottato dalla scuola, poi fuggito dalla banca ( o cioè: licenziato) perché era ivi innaturale la mia permanenza a causa ch’io non ero in buona con i numeri e con le partite doppie, ecco che rientrai nella scuola dov’era il mio vital nutrimento. Ma sempre restando in posti vicini alla terra della promessa sposa”…una sartina, una incolpevole fanciulla  tirata fuori dal suo anonimo destino, presa forse dal fascino della divisa del favarese Antonio Russello.
Queste riflessioni dell’autore di “Ragazze del Friuli”, tratte da “La vita postuma” e da altri appunti, abbiamo voluto citare per dire come Russello abbia concepito questo scritto e cosa rappresentasse per lui.
Basterebbero queste citazioni per avere contezza del senso profondo e struggente dell’opera, ma noi dobbiamo andare più in profondità per capire cosa rappresentò per il siciliano Russello, questa scelta di una donna del Nord e per giunta incolta, seppur bella e affascinante.
La storia, che è quella autentica dell’Autore, consiste nel suo innamorarsi, a prima vista, appena arrivato nel Friuli, della bella Emma, una sartina di Visco, nei pressi di Palmanova.
La vicenda, come ognuno potrà vedere leggendo il libro, è a lieto fine perché il Tenente Russello sposerà la bella Emma da cui avrà due figli, diventando di fatto Veneto di adozione e siciliano di nascita
Una sera mentre va in bicicletta con il suo collega Casserini, si ferma vicino a un sedile dove siedono due ragazze, Elvira Comelli ed Emma. I due vanno a sedersi accanto alle ragazze e il tenente finisce accanto alla bellissima Emma e lì lo prese la magia che non l’abbandonerà più per condurlo all’altare.
Quella coincidenza è stata organizzata dal collega Casserini o è stato il destino a creare l’occasione? Russello conosceva bene la letteratura greca e quindi pensa subito al “fato” che addusse lutti agli achei e provocò la distruzione di Troia, la fuga di Enea e tante altre cose che arrivano ai nostri giorni.
Scrive l’Autore: “Visco, un puntino nemmeno scritto sulla carta geografica, mentre dicendomi questo invece a me pareva che quel puntino messo ad altri vicini facesse una linea lunga che era il destino, lo spazio di cui non arriviamo mai a toccare il confine…”
“…Ma che cos’è il destino se non una sciocca e vuota parola al cui posto mettiamo quello che ci fa meglio comodo?”
Il fatto sta che quel sedile ha cambiato la vita del nosto tenente siciliano che diventa friulano.
A questo punto ognuno potrà pensare che ci troviamo dinanzi a un romanzo rosa che racconta una bellissima e strana storia d’amore che si conclude positivamente: una storia romantica o per dirla in termini moderni una ‘soap opera’ di quelle con 500 puntate che le casalinghe vedono mentre fanno i lavori di casa magari per dare fondo al bisogno di un pianto consolatorio.
Se fosse così certamente, il grande scrittore Russello, non avrebbe minimamente pensato di scrivere “Ragazze del Friuli”.
Piuttosto Russello ha cercato di descrivere un mondo, un dramma personale e generazionale, il rimorso del tradimento della sua terra che era quello del dopo guerra, la sua voglia di novello Odisseo di sperimentare nuove avventure e di scoprire nuove terre sempre più a nord, il nord che noi giovani abbiamo sognato  come la terra promessa e verso cui sono partiti migliaia e migliaia di meridionali per trovare il loro Eldorado e contribuendo a creare il boom economico degli anni ’60 e ’70.
Russello aveva anche la necessità di raccontare dello strisciante razzismo e della condizione dei friulani che, delusi dall’Italia, avrebbero preferito restare legati all’Austria. Ci hanno liberati. Ma da chi e da che?
Quest’atteggiamento Russello lo sentì sulla sua pelle e lo ha descritto, sarcasticamente, in “Siciliani prepotenti” avendo contezza che da questi presupposti è nata l’idea secessionista che alligna in alcuni strati della cosidetta “Padania”.
Pose anche il problema dell’integrazione e quindi dell’entrare in una nuova cultura quale quella di Svevo, di Gozzano, di Saba, di Stuparich, di Bassani, Meneghello, lui che era figlio di Pirandello, di Verga, di Martoglio, Rosso di San Secondo e fratello di Angelo Petyx e Quasimodo.
Queste, in sintesi, sono le grandi tematiche del libro che vale la pena esaminare attentamente perché ne ricaveremo una impressione altamente positiva e vedremo un quadro di un’epoca, di una cultura, di modi di pensare, di differenziazioni di culture che stentavano ad amalgamarsi.
La prima cosa che si presenta al lettore è il problema del disadattamento.
Dobbiamo dire subito, uscendo dal romanzo, che Russello è stato concepito ‘in un deserto’ e cioè in un casello ferroviario del nisseno, è nato per caso a Favara perché  allora era d’uopo che le donne andassero a sgravare in casa della madre, visse l’infanzia a Caltanissetta, la giovinezza a Palermo e le ferie estive a Favara e nella marina di Fiume Naro. Quindi non aveva una radice stabile anche se Favara gli entrò nel sangue e buona parte dei suoi libri sono lì ambientati. Trenta anni in Sicilia e quaranta nelle venezie.
“La vera identità di paese, scrive Russello, è crollata tra lo scontrarsi delle due illusioni, ed in mezzo il tuo cuore che sbanda dall’una all’altra, spaccato, in bilico come una roccia rotolata e finita sull’orlo di un monte, che non sa se stare su o se precipitare. Uno come me, stato trent’anni in Sicilia, poi quarant’anni nel Nord, era come quel masso che sta sull’orlo e non sa dove e quando cadere nel dirupo sottostante.
Io, in Friuli, arrivatoci per fare il militare, mi portavo dalla Sicilia il valore della fedeltà all’amore, e quanto alle probabili ragazze di conoscere, il sentimento d’esser fedele solo ad una. Le ragazze friulane invece che vidi girarmi intorno, s’intende pertanto strette nei balli ai loro ragazzi friulani e lo scambiarseli senza mai fare coppia fissa, contraddiceva a quel principio. Ecco, qui il cuore cominciava a sbandare”.
Ecco come prima cosa che lo scrittore avverte le differenze di costume che lo colpiscono, probabilmente anche positivamente.
Egli è arrivato in un “altro paese che gli ha preso i connotati più belli, l’ha svuotato d’ogni senso e il nuovo luogo di soggiorno ha avuto su di te tutte le seduzioni dell’esservi nati e di non essere affatto in prestito, ma essere il punto vero della fine d’ogni cammino o illusione, senza più orizzonte da travalicare.”
E del resto il grande golfo che dal Fiune Naro arriva a Realmonte se lo rivede a Grado gurdando il golfo di Trieste.
Russello non si sentiva in prestito nel Nord ed era come se vi fosse nato.
Mentre con il treno sale verso il nord vede la nebbia come una luce naturale e al collega Casserini che si sentiva “sempre più sottratto alla sua terra” diceva: quest’andata per me è come un ritorno e che sebbene non ci fossi stato mai nel Nord, più avanti c’era qualcosa che avrebbe o che era già avvenuta. Anche la nascita per dire. Forse anche Emma e il grande e vero amore.
Vero tutto questo, ma Rina Biasutti gli fa pesare il fatto di essere meridionale e gli dice che non può forzare la mano nello stilare la graduatoria per gli incarichi nelle scuole per non suscitare l’ira dei candidati locali. E quando la stessa gli diceva che lui “era uno di loro” sentiva già odore di razzismo. “Quassù c’è ordine, nel senso civico, laggiù disordine”. “Disordine anche nei sentimenti”. “Gli italiani di laggiù hanno tradito. Gli italiani di laggiù sono dunque immorali.
Il malessere friulano porta anche a odiare gli italiani e specialmente i militari che li avevano sottratti all’Austria: “i civili ci guardavano male noi soldati, perché responsabili, con le due guerre mondiali, d’averli fatti passare da una amministrazione efficiente e civile quale quella austriaca, sotto una inefficiente e incivile quale quella italiana di Roma capitale, e che di noi-dicevano- non avevano bisogno, e di che cosa, dicevano, li avevan liberati “questi sporchi italiani”? Da che cosa avevano liberato Gorizia, Trento e Trieste?. Russello scrivendo queste cose sente già l’avanzare del pensiero leghista che non è invenzione di Bossi, ma frutto di una situazione antica di incomprensioni e di interessi economici.
Al tenente-Professore, venuto dal Sud col treno del sole, si fa pesare che si sia innamorato di una sartina che non ha studiato e che quindi non può essere all’altezza di un uomo addottorato.
Il Tenente è stato folgorato dall’amore, forse dalla terra friulana, dal desiderio di evasione e non vuol sentire ragioni.
Elena, la suonatrice del pianoforte, dice Russello, “ mi parlava sempre bene di Emma, mi diceva che la povertà materiale e quella intellettiva non erano un delitto o un ostacolo; ma io capivo che stava dicendomi d’un rapporto che sarebbe più indovinato tra due anime che avrebbero una consonanza nell’amore per la musica, sorretto di una base sostanzialmente economica…”
Nel mio silenzio la ragazza capiva “il mio incaponirmi nella fedeltà per Emma, il mio giovanile errore che è umano, ma il perseverare che è diabolico.”
Casserini addirittura arriva a dire che “una decisione presa così alla leggera, per un’infatuazione e, ammettiamo pure, per un amore così grande, era causa di rovina che cominciava da quella di tradire la Sicilia”.
L’amore non ha ragione e Russello si definisce “ disertore, disubbidiente, ribelle e va avanti per la sua strada.
Del resto anche Umberto Saba sposò una sartina che, nel canzoniere del poeta, diventò la signora Lina:
Quel giorno ancora chiamo il più felice
Dei miei giorni, che in rosso scialle avvolta
Ho salutata per la prima volta
Lina la cucitrice.”
Cosa vuol dire la differenza di cultura se c’è l’amore? Probabilmente c’è un peccato di presunzione nell’uomo di lettere: “Chi è stato sempre chiuso sempre nei libri pecca d’un presuntuoso prevalere sugli altri; egli crede d’aver messa addosso la cultura come una seconda pelle e non sa che essa è invece un occhiale scuro che rende oscure le cose che guarda. ‘Basterebbe’ m’avrebbe detto Emma ‘che tu ti levassi quegli occhiali, mi vedessi come sono e non come mi hai esagerata”.
Russello va avanti, sposa la sartina e abbraccia la terra friulana a costo di dover trovare sepoltura in terra straniera come un ebreo errante e contraddire il “furbastro scrittore siciliano”ben radicato nella sua terra.
Scrive Russello:
“Avevo letto di uno scrittore siciliano di successo, rimasto in Sicilia, che aveva compianto o forse irriso tutti quegli altri intellettuali siciliani che se n’erano andati dall’isola nel continente, in volontario esilio. Il ben radicato nella sua terra furbastro scrittore, aveva detto cosa sarebbe capitato a questi emigranti fra le altre sciagure che volutamente si procuravano: quella di dovere essere seppelliti in terra straniera”.
Questo concetto lo abbiamo voluto riportare per intero perché fa trasparire una certa, non velata, avversione di Russello nei confronti di Sciascia che non è stato mai un furbastro né tanto meno scrittore di ‘libelli’.
Sciascia è stato il nostro padre spirituale, è stato certamente un grande scrittore  che Russello non riuscì a capire per alcune incomprensioni o forse per il suo carattere schivo che gli impedì di intavolare un rapporto con lo scrittore di Racalmuto che certamente sarebbe stato proficuo. Ma questo è un discorso che svilupperemo a parte.
Dopo questa digressione, è giusto ritornare al libro di cui trattiamo per dire che Russello diventa a tutti gli effetti friulano e veneto.
Il Friuli con le sue montagne, con il suo verde, con i suoi paesaggi gli procura tanta ispirazione e tanta felicità.
Ritorna in Friuli da Presidente di commissione di esami ed è accolto come uno di loro e questo lo gratifica.
Gli erano entrati nel sangue “gli agguati delle coppie nelle sere da ballo, l’odore aperto nel polline che si stacca dai fiori, i filari di viti e di gelsi nei campi sterminati”.
Gli entrava nel sangue la letteratura veneta che aveva assaporato da giovanissimo con il “Il Fornaretto di Venezia”, “Il ponte dei sospiri”.
Incontra Stuparich con il libro e il film “Un anno di scuola”, Italo Svevo con “La coscienza di Zeno”, Quarantotti Gambino con il romanzo “La rosa rossa”, Renzo Rosso con “La dura Spina” e quindi Gozzano, Saba, il triestino Renzo Rosso, Giorgio Bassani, Meneghello.
Da Verga e Pirandello, ai veneti e poi anche a tutti gli scrittori del suo tempo come Pavesese  che Russello sente come suo conterraneo per le tematiche contadine.
Senza dire che Russello non finisce mai di leggere i classici greci e latini, la letteratura americana ed europeae, di gustare la musica lirica europea di cui era profondo conoscitore come si evince facilmente leggendo le pagine del romanzo di cui noi parliamo.
Dopo questa lunga dissertazione su “Ragazze del Friuli” qualcuno potrà obiettare che noi non abbiamo parlato delle ragazze del Friuli e non le abbiamo presentate.
Quando si recensisce un grande scrittore si va al pensiero, a quello che pensa e vuol dire, sapendo che i personaggi sono pretesto e certamente protagonisti.
E’ chiaro che Emma è alla base di tuttta la storia come lo sono Vanda e Pina, le sorelle di Emma e Rosina e Concetta, cugine di Emma. Elvira è l’amica di Emma, seduta dalla parte opposta del sedile.
Ricorderemo anche Elena Zecchini, la suonatrice del pianoforte, che non avrebbe disdegnato l’amore del tenente siciliano, professore di lettere.
Rina Biasutti è un’altra ragazza del Friuli che il nostro va a trovare a Padova.
Russello, figlio di un mondo siciliano, che considerava la donna come oggetto inarrivabile, ama queste friulane che può abbracciare liberamente nei balli e quasi le desidera tutte e certamente le vorrebbe anche possedere.
Il suo cuore è stato fulminato forse perché il destino l’ha portato a sedersi accanto a Emma o perché nel suo pensiero vi era il sogno di un altro mondo più ampio e diverso dal suo, perché nel suo destino c’era un’aspirazione a una dimensione europea della sua vita e della sua letteratura.
Certamente questa seconda spiegazione ha determinato il destino di uno scrittore siciliano di nascita, veneto nel cuore , europeo nella dimensione culturale che, per scrivere i suoi libri usa un linguaggio “impervio”, essenziale, funzionale che, come direbbe Consolo, aspira alla poesia.
La sua è una constructio particolare in cui elidendo un soggetto, un verbo, una congiunzione cerca di dare maggior rilievo a personaggi o a situzioni che urgono di essere rappresentati: “MIO PADRE lo vidi affacciarsi dal finestrino”, oppure “STESSA COSA MI DISSE, una domenica alla pista da ballo di San Vito al Torre, sulla strada verso Gorizia, il Capitano Piazzi…”. E ancora “VANDA E PINA erano le sorelle di Emma. La quale, di 20 anni, era l’ultima nata, le altre avevano qualche anno in più”. Analizando questa ultima frase il lettore si può rendere conto quale tipo di prosa sia quella del grande narratore Antonio Russello.
Nel suo inedito “Contrada Malvizìo” l’Autore afferma “ Il parlar che io faccio fare ai personaggi si scosta da un mio  stile iperbatico e, con periodi allineati, accostati più che snodati e legati alle subordinazioni sintattiche, ne assumono uno paratattico”.  E nelle stesse notazioni del 1999 afferma che in molte sue opere si possono notare riferimenti a opere di altri autori da cui molte frasi prendono le mosse. “Si è detto, scrive Russello, che copiare è dei geni, e che l’imitare è dei mediocri. E dice ancora di attingere a Steinbeck, a Vittorini, a Pavese, a Meneghello, ai classici greci. Per trovare questi riferimenti ci vorrebbe uno studio molto approfondito e una conoscenza della letteratura mondiale pari a quella di Russello. Comunque non è difficile trovare alcuni di questi riferimenti nel libro di noi esaminato.
Come si vede Russello, sotto il profilo del linguaggio e dei riferimenti letterari, è un autore molto complesso che, a nostro avviso, merita una considerazione diversa dala critica militante che, molto spesso diventa strabica e non sa selezionare il grano dall’oglio.
Ma ormai i libri di Russello, appena pubblicati, diventano classici e lentamente verranno riscoperti da quanti amano la grande letteratura e il bel narrare.
Agrigento,lì 14.2.2013
Gaspare Agnello http://www.gaspareagnello.it/

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